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IL DOLORE E’ FORSE LA STRADA PER RECUPERARE L’UNITA’? Il dolore si esprime in molte forme. In una società dove domina il giovanilismo, in cui tutto deve essere efficiente e produttivo, non c’è più tempo per la sosta, per la sofferenza, per contattare se stessi. Le guerre, le stragi, le epidemie, le mutilazioni passano velocemente sullo schermo, ma è proibito soffermarci, riflettere. La cosa più importante è produrre sempre più per rendere dinamico e attivo il "villaggio globale". Mi piace pensare alla realtà contadina dove i vecchi e i bambini vivevano nella grande famiglia allargata. Morte e vita avvenivano nell’interno della casa, come parti integranti della stessa. Vita, morte, sofferenza erano parte di un unico discorso. Oggi…. Si soffre soli, negli ospedali spersonalizzati e si muore soli senza domande, senza perché sotto fleboclisi e anestetici. Nessuno vuole più contattare il dolore! Per il dolore, certo il miglior analgesico. Per un minimo dispiacere, indubbiamente il migliore antidepressivo. Per lo stress da lavoro, pronto l’ultimo tranquillo sedativo che ci faccia essere attivi,comunque. Abbiamo il terrore di contattare le nostre emozioni! Non dobbiamo perdere tempo, quindi, non possiamo stare male, neppure una mezza giornata, neanche un minuto. Questo succede anche nella vita affettiva in cui non ci si può impegnare in un rapporto profondo perché si teme di dover soffrire in caso di eventuali incomprensioni e fratture. Penso, insomma, che è necessario capire che serve sostare per contattare se stessi e che il nostro disagio è un traguardo fondamentale in una società dove si assiste al predominio dell’avere e dell’essere per qualcosa o per qualcuno e non dell’essere per sé. Heiddegger, filosofo esistenzialista, parla di un mondo dell’autenticità che porta all’essere e di un mondo della chiacchiera legato all’esteriorità che porta all’annullamento, alla confusione. Erasmo di Rotterdam nell’"Elogio della follia" mostra che i veri folli sono quelli che vivono per l’apparenza, per il successo, per l’esteriorità. Nel mondo greco, gli dei che vivevano nei loro beati spazi, non potevano assistere direttamente alla sofferenza e alla morte, per non turbare la loro serenità. Ciò che turba è rimosso perché non mette in discussione le verità del mondo dell’apparenza alle quali siamo tutti legati. Le immagini delle due "torri gemelle", simbolo del successo, dell’avere, del prestigio, hanno disorientato tutti, costretti ad assistere in modo ripetitivo, ossessivo all’essenza della devastazione e dell’annichilimento. Il dolore è entrato con violenza nelle case, obbligando tutti ha farsi domande su quanto stesse succedendo.E’ stata una lacerazione di massa, un aprirsi ai problemi della sofferenza che non si potevano ignorare. Ma è possibile che dobbiamo interrogarci sul dolore solo in questi momenti? E’ possibile che sia necessario un capro espiatorio per elaborare un dolore, un lutto per poi scaricarlo fuori di noi, quasi non ci appartenesse? Il dolore non deve essere rifiutato, ma introiettato. Fa parte di noi, è dentro di noi.
Il conflitto tra il disagio e la società analizzato da Freud esprime la difficoltà del Sé che non riesce a materializzarsi individuandosi. La velocizzazione dei processi di informazione ha annullato i tempi della memoria e dello spirito, ossia il passato e il futuro. La mente non sosta più sul prima e sul poi, perché tutto è contemporaneo, tutto corre, senza un fine sicuro. La nostra mente non può seguire i processi di informazione e gli avvenimenti perché sfuggono alle sue capacità di controllo. La nostra corteccia cerebrale ha segnato con la sua nascita il senso della temporalità della storia, della cultura, della guerra. Il dolore è vissuto come un disagio che non si può approfondire per non perdere la visione la visione della realtà. Eppure il dolore è un momento indispensabile per la nostra crescita. Si nasce soffrendo, si vive soffrendo e si muore soffrendo. Questa è una verità che non deve essere vissuta come una condanna. La nascita e la morte nel dolore sono parti integranti del nostro vissuto che vanno conosciute e contattate se vogliamo avere un’esistenza autentica. Heiddegger affermava che l’autenticità dell’esistenza consiste nella comprensione dell’essere per la morte.
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