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Ghita e il mistero della piccola testa di Jocelyne Laabi
C'era una volta, come in tutte le fiabe, una ragazza. Aveva molte sorelle ma, naturalmente, era lei la più giovane e la più bella. Il suo nome era Ghita. Viveva con i genitori e in casa lavorava tanto. Bisogna dire, tuttavia, che anche le sorelle si davano molto da fare, perché la loro famiglia non era molto ricca. Ma siccome non erano nemmeno poveri in canna, e si volevano tutti un gran bene, vivevano contenti così. Una mattina Ghita salì sulla terrazza per stendere della biancheria. Il sole illuminava i tetti delle case e regalava alla città una luce primaverile. Mentre Ghita si avvicinava ai graticci dove di solito stendeva i panni, vide qualcosa di forma allungata che luccicava. Forse una delle sue sorelle aveva dimenticato in giro una corda per stendere? A un certo punto però le parve che la cosa si agitasse. Ne concluse che non poteva trattarsi di una corda per stendere e, con un po' di ansia dentro, riconobbe la figura di un serpente. La faccenda era molto seccante, perché lei aveva bisogno dei graticci per mettere ad asciugare i suoi panni. Perciò si rivolse al serpente con tono fermo e gli disse: «Stammi a sentire, serpente. Lo so che ti piace crogiolarti al sole. Io però devo stendere gli indumenti di mio padre. Perciò fammi il favore di andartene subito». Ma il serpente, sordo, si acciambellò ancor più comodamente al sole. Allora Ghita afferrò un bastone. Questa era una cosa che non faceva molto volentieri, ma il serpente, con la sua ostinazione, la obbligava. Brandendolo nell'aria, cominciò a dire: «Serpente, ti ripeto, questo posto non ti appartiene. Cercati dunque un'altra terrazza, o un altro angolo assolato. Su, vattene, se no ti costringerò con la forza!» Ma Ghita poteva minacciare quanto voleva: non serviva a niente. Il serpente sapeva bene che lei aveva un carattere troppo mite per mettersi a bastonarlo. Disperando ormai di convincerlo, Ghita si mise allora a supplicarlo: «Serpente, ti prego, sii ragionevole... Ecco, se mi cedi il posto e ti allontani, ti prometto che un giorno sarai il mio sposo. E adesso vattene, te ne supplico». A quelle parole il serpente scivolò via, e sparì con un fremito di squame che risuonò nell'aria come un tinnulo sorriso. Ghita stese con cura i suoi panni e dimenticò l'incidente che le era capitato.
Quella sera stessa, mentre tutta la famiglia stava per cenare, si udirono dei colpi riecheggiare nel corridoio. Chi mai bussava alla loro porta? A quell'ora non aspettavano la visita di nessuno... Il padre si alzò da tavola e andò a vedere chi era. Aperta la porta, si trovò davanti un cavallo bardato con finimenti d'oro. Sulla groppa recava una portantina con tende ricamate, ed era circondato da una dozzina di uomini tutti sontuosamente abbigliati. Quando gli chiese qual buon vento li portava alla sua casa, essi risposero: «Siamo venuti a prendere la sposa». L'uomo sbigottì: a quanto gli risultava, nessuna delle sue figlie era stata richiesta in moglie. Tuttavia li pregò di attendere, e disse che sarebbe ritornato di lì a poco. Andò dalle figlie e, con voce furente, interrogò la più grande. «Come hai potuto fare questo, figlia degenerata? A quale uomo hai concesso di guardarti, perché osi venire da me a chiederti in moglie?» E, afferratala per le braccia, cominciò a scrollarla con tanta violenza, che la poverina scoppiò in singhiozzi e giurò che nessun uomo aveva potuto guardarla in viso, semplicemente perché nessuno l'aveva mai incontrata. Allora l'uomo si rivolse alla più piccola e le chiese: «Dunque è te che vengono a chiedere in sposa coloro che sono fermi davanti alla soglia della mia casa?» Ghita si gettò ai suoi piedi e rispose: «Padre, adesso mi ricordo. È certamente me che essi sono venuti a prendere». Allora gli raccontò l'episodio che le era occorso la mattina sulla terrazza e le parole che aveva rivolto al serpente. Il padre stette a guardarla per un po' in silenzio, infine dichiarò: «Giacché sei stata proprio tu a prometterti in sposa al serpente, io non posso fare nulla per te. Il tuo destino è là fuori che ti aspetta e non ti resta che accettarlo». Invano Ghita pianse e si disperò, ricordandogli che, dopotutto, si trattava solo di un serpente. Il padre fu irremovibile. Lei aveva dato la sua parola, e adesso aveva il dovere di mantenerla. La spinse quindi davanti a se, aprì la porta e disse: «Ecco la mia figlia più giovane. È lei che avete l'incarico di prendere. Portatela da colui che diventerà suo marito». Singhiozzante, Ghita salì sulla portantina, e il corteo nuziale si mosse. Quando udì chiudersi la porta di casa sua, il sangue le si gelò al pensiero del marito che l'attendeva. Il cavallo aveva fatto solo pochi passi, quando una mano scostò le tendine. Un uomo sporse la testa e, senza guardarla, le disse: «Chiudi gli occhi». Ghita chiuse gli occhi per uno o due secondi e, quando li riaprì, non vide più né il cavallo né i suoi accompagnatori. Intorno a lei non c'era più nemmeno la portantina, ma una sala immensa con il soffitto dipinto e tutta sfolgorante di luci. Muovendo gli occhi intorno, il suo sguardo si posava ora su cuscini ricamati d'oro, ora su tavolini di madreperla. E questo grande splendore l'affascinava e la sbigottiva. Il padrone di una tale dimora, pensò, non poteva essere un serpente. Di sicuro doveva trattarsi di un genio. Purché non fosse brutto come queste creature sono troppo spesso! Era ancora immersa in questi pensieri, quando uno strano rumore la indusse a girarsi e, senza fiato per lo spavento, scorse davanti a sé una testa. Ora, una testa è quanto di più
comune ci sia. È bella o brutta, e questo è tutto. Solo che la testa cui Ghita si trovava di fronte, non era affatto una testa come tante. Si trattava, infatti, di una testa e basta! Non era attaccata a nessun corpo, non aveva gambe che l'aiutassero a muoversi, né mani cui potesse appoggiarsi per tenersi sollevata dal pavimento in mancanza di piedi! Era soltanto una piccola testa che si muoveva con rapidità sorprendente, ruotando su se stessa da destra a sinistra, con un sorriso rispettoso sulle labbra. Avvicinatasi ai piedi di Ghita, le rivolse un bel sorriso e, con una vocetta un tantino buffa, le disse: «Sii la benvenuta, mia signora. Tu sei la mia padrona e io eseguirò i tuoi ordini prima ancora che essi affiorino alle tue labbra. Adesso accomodati, e lascia che io mi occupi di te». E la piccola testa, girando più velocemente su se stessa, accompagnò Ghita verso il divano più sontuoso del salone, la fece sedere e le dispose morbidi cuscini ai fianchi e dietro le spalle. Come riuscisse a collocare così bene i cuscini senza l'uso delle mani, non chiedetelo a me, perché non lo so. Ma nel palazzo di un serpente, o di un genio che sia, si vedono cose più stupefacenti di questa! La piccola testa ora spariva, ora appariva: e intanto davanti a Ghita si apparecchiavano tavole riccamente imbandite, con vasellame smagliante e piatti da cui emanavano aromi deliziosi. Con un sospiro di piacere, Ghita si abbandonò sui cuscini che la cingevano e si mise a mangiare. Adesso cominciava ad apprezzare appieno la proposta di matrimonio che aveva avuto 1' ardire di fare al serpente quella mattina. Appena Ghita ebbe finito di mangiare, la piccola testa fece sparire in un batter di mani - o per meglio dire, in un batter d'occhi - vasellame, stoviglie e piatti. Poi disse: «Mia signora, questa è una serata speciale e tu devi onorarla. Indossa questo vestito, adornati di queste perle e acconciati i capelli». Ghita fece come la piccola testa le aveva detto. Indossò il vestito, si mise addosso i gioielli, si compiacque di essere molto bella e si accomodò di nuovo sul divano. Davanti a lei c'era un bicchiere di tè fumante, lo prese, chiuse gli occhi e cominciò a sognare. Sognò che di lì a poco, senza alcun dubbio, sarebbe apparso colui che la mattina si era fatto trovare sulla sua strada. Avrebbe avuto la forma di un serpente come allora? L'avrebbe terrorizzata? O forse avrebbe avuto una voce profonda e uno sguardo ammaliatore? Ghita bevve il suo bicchiere di tè e poi si mise a berne un altro. Perduta nei suoi pensieri, Ghita beveva e beveva. Il tempo intanto passava, ma nessuno si faceva vivo per incontrarla. Di colpo, senza nemmeno rendersene conto, Ghita sprofondò nel sonno. Allora la piccola testa parlò, e una tenda si aprì. Ghita fu afferrata, portata in una camera e adagiata su un letto di sete che lei non poté ammirare, né palpare con le sue dita. E quella notte, mentre lei dormiva un sonno che brulicava di dolcezze e di interrogativi, il padrone della casa amò Ghita. Il giorno dopo, quando riaprì gli occhi, Ghita si trovò davanti la piccola testa. Cercò invano di ricordarsi cos'era accaduto durante la notte. Non aveva visto nessuno, e tuttavia confuse sensazioni le facevano fremere ancora il corpo. Era sicura di essere stata guardata da qualcuno, e di essere stata persino toccata. Chiese
spiegazioni alla piccola testa, ma quella le rispose: «Non tormentarti invano, mia padrona. Da oggi tu vivrai come non hai mai sognato di vivere. Lascia che ci si prenda cura di te». E fu davvero così. I desideri di Ghita erano esauditi prima che lei avesse il tempo di esprimerli. Le ore trascorrevano in modo delizioso, e quando giungeva la sera, si ripeteva sempre la stessa scena. Ghita beveva un primo bicchiere di tè e non faceva in tempo a vuotare il secondo, che un sonno insidioso l'abbatteva. Allora veniva trasportata nella solita stanza, e deposta sul letto dove colui che l'aveva sposata l'amava mentre lei dormiva.
Passarono così mesi e mesi di beata monotonia. Una mattina, tuttavia, la piccola testa trovò Ghita in lacrime. Le chiese con discrezione che cosa l'affliggeva, e non fu sorpresa di apprendere che Ghita sentiva la mancanza della sua famiglia. «Sono certa che a casa mia sono inquieti per me», si lamentava Ghita. «Non hanno più avuto mie notizie. Vorrei tanto rivederli, sia pure per una volta soltanto!» E riprese a singhiozzare più forte. Tanto che la piccola testa corse dal suo padrone. «La mia padrona è infelice», gli disse. «Vorrebbe rivedere i genitori e le sorelle. Lasciala andare, solo per questa volta!» Ma il padrone, con voce preoccupata, rispose: «Piccola testa, sai benissimo ciò che può accadere. Quando una donna appena sposata ritorna dai suoi, i familiari sono invidiosi della felicità di cui gode, e cercano con ogni mezzo di offuscargliela. Ho paura che ne verranno solo guai se Ghita va a trovarli. Dille che io mi rifiuto di lasciarla andare e trova un modo qualsiasi per consolarla». Ma la piccola testa sostenne la causa di Ghita con tanta passione, che alla fine persuase il padrone a lasciarla partire per una settimana. Egli però stabilì come condizione, che Ghita non avrebbe chiesto mai più di allontanarsi da lui in futuro. E aggiunse: «Rendila più bella che puoi, e consegnale i regali più splendidi che ti riesce di trovare, perché ne faccia dono alla sua famiglia. Bisogna che essi vedano con i loro occhi quanto Ghita è felice qui da noi, così che smettano di preoccuparsi per lei e non cerchino di sapere dove si trova». La gioia di Ghita nell'apprendere che avrebbe rivisto i suoi fu tanto più grande, in quanto ritornava da loro come giovane sposa e accompagnata da regali sontuosi. Quando fu pronta, la piccola testa l'aiutò a salire sulla portantina e le disse: «Chiudi gli occhi». Ghita li chiuse, li riaprì e scostò le tende pesanti per guardare dove si trovava. La prima cosa che vide, fu il picchiotto familiare della porta di casa sua. Fremendo di impazienza, saltò a terra senza fare caso alla sparizione del cavallo e della portantina, e bussò alla porta. Un viso si affacciò sull'uscio, e gli occhi della sorella maggiore si sgranarono per la sorpresa e la gioia. «Guardate, c'è Ghita! È venuta a trovarci!» Ghita fu abbracciata, baciata, rimirata da ogni lato. Quando si furono saziati di ammirarla, seduti ai suoi piedi e al suo fianco, cominciarono a fare domande. Dove abitava? Com'era la sua casa? E suo marito com'era? Ghita rispose senza imbarazzi. Parlò del palazzo regale dove viveva e della piccola testa che la serviva. Ma quando le rivolsero domande più precise su suo marito, il viso di Ghita si incupì. «Non l'ho mai visto in faccia», ammise. Quindi raccontò come ogni sera, prima di finire il suo secondo bicchiere di tè, un sonno pesante si impadroniva di lei. «Quanto sei ingenua», le fece notare la sorella più grande. «Una volta bevuto il primo bicchiere di tè, rovescia da qualche parte il contenuto del secondo. Poi fai finta di addormentarti. Così potrai vedere finalmente chi è tuo marito». Ghita riconobbe che l'idea era ottima, e se la prese un po' con se stessa per non averci pensato prima.
La settimana trascorse lentamente. Ghita, infatti, era impaziente di tornare da suo marito, perché voleva mettere in pratica il consiglio della sorella. Costei le aveva dato una spugna, dicendo che il modo migliore per far sparire una bevanda era quello di darla da bere a qualcun altro. Così il giorno stabilito Ghita uscì da casa sua senza troppo indugiare negli addii. Il cavallo era in attesa davanti alla porta, come se non si fosse mai mosso da lì, e Ghita scivolò rapidamente nella portantina. Chiuse gli occhi, e quando li riaprì si ritrovò nel salone pieno di luci che ben conosceva. La piccola testa l'accolse con un grido di gioia, perché si era sentita davvero sola durante l'assenza di Ghita. E fino all'ora di cena chiacchierarono tutte e due allegramente. A quel punto, Ghita si tenne pronta. Bevve il primo bicchiere di tè. La spugna era nascosta nella manica ampia del suo vestito, e lei spiava il momento propizio per versarci il contenuto del suo secondo bicchiere. La piccola testa si distrasse per pochi secondi, e tanto bastò per inzuppare la spugna di tè. Poco dopo Ghita si mise a battere le ciglia, e infine abbandonò il capo sui cuscini. La piccola testa chiamò, e Ghita sentì avvicinarsi un rumore di passi rapidi. La luce era talmente forte, che non osò schiudere gli occhi. Anzi, fece del suo meglio per non battere le ciglia. Si sentì sollevare e portar via. E, per la prima volta, percepì con le sue membra i fini tessuti di seta che coprivano il suo letto di sposa... Finché suo marito non si fu addormentato, Ghita non osò muoversi. Ma quando avvertì che il suo respiro si faceva più profondo, si sollevò dal letto, si appoggiò su un gomito e si chinò a guardarlo. La notte era nera, ma a Ghita sembrò che l'uomo disteso al suo fianco fosse giovane e che avesse la barba. Delusa perché non poteva distinguere bene i tratti del suo viso, si alzò, andò a prendere una candela, l'accese e l'accostò al volto dell'uomo che dormiva. Ne fu abbagliata. Aveva creduto, fino ad allora, che la bellezza fosse una prerogativa femminile. Ma l'uomo addormentato nel letto, suo marito, appannava col suo splendore non solo l'avvenenza di tutti gli uomini, ma anche la leggiadria di quasi tutte le donne. Con la sua candela, Ghita percorse ripetutamente dalla testa ai piedi quel corpo abbandonato al sonno e si sentì folle di felicità per aver aggirato la diffidenza di suo marito e per averne scoperto l'inaudita bellezza. Era davvero fiera di essere stata scelta come compagna da un uomo tanto affascinante. Ma, ahimè! Una goccia di cera scottante scivolò a tradimento lungo la candela e si rapprese sulla guancia di suo marito, facendo persino sfrigolare un paio di peli della sua barba. Destato dal bruciore, l'uomo aprì gli occhi irritati su Ghita. Furioso si sollevò dal letto e disse: «Dunque è così che agisci, donna troppo curiosa! Ebbene, esci subito dalla mia casa. Non voglio vederti mai più!» Ghita sentì che il furore di suo marito era incontenibile. Allora si allontanò in fretta e, senza capire esattamente ciò che stava accadendo, e senza avere il coraggio di voltarsi indietro, raggiunse la porta della camera e l'aprì. Subito vide arrivare di corsa la piccola testa, sconvolta e spaventata dalle grida che echeggiavano per tutta la casa. Ghita le
rivolse uno sguardo smarrito e si diresse verso l'uscita del palazzo. Prima di allontanarsi, la sentì che supplicava l'uomo di calmarsi, ma egli le ordinò di occuparsi degli affari suoi e le ingiunse di tacere. Non potendo ormai contare su nessun altro aiuto, Ghita uscì dal palazzo e andò via. | |

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