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IL DIFFICILE RAPPORTO TRA CHI CURA E CHI SOFFRE
E’ necessario distinguere tra il dolore fisico che può provare un malato e il suo dolore psichico, esistenziale. Riguardo alla sofferenza fisica, gli atteggiamenti sono due: quello di chi, in qualche modo, partecipa al dolore del paziente e quello di chi lo considera solo un sintomo da rilevare, un'informazione in più per diagnosticare uno stato di malattia. In genere i malati danno un giudizio di merito in base a questi due atteggiamenti: è un bravo medico quello che si mostra partecipe, non lo è chi si comporta in modo freddo e distaccato. Del resto il quotidiano contatto con il dolore conduce spesso all’assuefazione, per cui gli operatori sanitari tendono a diventare insensibili alla sofferenza dell’altro. Alcuni " raccontano " che le emozioni aumentano la possibilità di errore; meglio la freddezza che garantisce lucidità. In verità il problema non è tanto la distanza emotiva, quanto un modo di affrontare la malattia che trascura il disagio psichico. L?Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come "
stato di benessere fisico, psichico, sociale
". Nella pratica medica quotidiana non solo non si tiene conto delle parole " psichico" e "sociale", ma si cura la malattia in modo superspecialistico. Credo che un approccio specialistico non può non tener conto della totalità della persona. Perché un disturbo cardiaco potrebbe dipendere dallo stress, dallo stile di vita, o da in problema psicologico. Così come un atteggiamento ottimista del medico trasmette ottimismo e voglia di lottare.
Iacobellis Lao | |

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